La Battaglia di Lepanto: la flotta calabrese partì da Pellaro

Calabresi e reggini nella più grande battaglia navale dell’epoca moderna

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È l’alba del 16 settembre del 1571 quando la flotta calabrese che si unirà all'intera flotta cristiana, appena partita da Messina, riunita sotto l’egida del papa, Pio V, attende alla fonda nelle acque fra Pellaro e Bocale gli ultimi lembi dell’attuale comune di Reggio Calabria.

È da far conto - riferisce lo storico De Lorenzo - che bastava appena a contenerle (le navi, ndr) quella curva di mare!

Sono tutti in attesa del segnale per partire alla volta di Lepanto.

Quel segnale arriverà dall’esploratore Cecco Pisano da Belvedere, pilota di fiducia di Don Giovanni d’Austria comandante in capo della “Lega Santa”, inviato in avanscoperta per segnare la rotta lungo il basso Jonio e computare le forze nemiche attestate sul Golfo di Patrasso.

Cecco è uno dei tanti protagonisti calabresi che combatteranno in quella che è passata alla storia come lo scontro tra civiltà per eccellenza: la battaglia di Lepanto.

Il Cinquecento è stato il secolo dell’odio, guerre di religione, economiche, le prime conquiste coloniali di rapina; per anni le tre super potenze dell’epoca moderna, la Spagna, Venezia e l’Impero Turco hanno condotto trattative diplomatiche e commerciali per spartirsi l’intero Mediterraneo, ma all’apice della tensione si arriva al redde rationem militare.

Gli investimenti per prepararsi allo scontro sono colossali, più di cinquecento navi e centomila armati, senza contare le decine di migliaia di rematori, sono pronti agli albori dei primi di ottobre a darsi battaglia a largo della città di Lepanto, golfo di Corinto, oggi Grecia allora possedimento turco.

All’armata fedele ai dettami del cristianesimo prenderanno parte oltre tremila calabresi, tra di loro le tre galere agli ordini del principe Gaspare Toraldo da Tropea, i grado di reclutare oltre mille soldati; le galere di Caulonia e Bovalino, armate rispettivamente dai feudatari Castelvetere e Marullo, e la galera di Reggio organizzata da Gian Paolo Francopetra, forte dei sue trentadue cannoni.

Sebastiano Ricci, allegoria della Battaglia di Lepanto, 1695 circa - I, Sailko / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

Nasce il mito dell'ammiraglio calabrese.

Il calabrese protagonista assoluto sta però nell’altro schieramento.

È un cristiano rinnegato di Le Castella, provincia di Crotone, il comandante Uluç Ali, latinizzato in Uccialì, al secolo Gian Dionigi Galeni, giovane rapito dai turchi poi convertitosi all’Islam.

Il suo capolavoro militare avviene proprio a Lepanto, quando fronteggiando si distinse ancora una volta per il suo acume e la sua destrezza.

Nel giorno della terribile sconfitta della flotta ottomana, Uccialì combatté valorosamente e riuscì a portare in salvo la formazione di galere al suo comando, ottenendo dal Sultano Selim II l’incarico di ricostruire il resto della flotta andata distrutta e ricevendo infine il titolo di Ammiraglio in capo della flotta ottomana. Da qui fu una serie di successi dopo l'altro, che lo portò a diventare prima ammiraglio, e poi governatore di Algeri, Tripoli e Tunisi. Infine comandante della flotta ottomana. Non dimenticò mai la sua terra, tanto da fondare un villaggio a cui dette il nome di "Nuova Calabria", che alla sua morte lasciò diviso in parti ai suoi servi.